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STORIA

RELAZIONE STORICA
a cura di Luigi Brunello

Per mettere ordine al suo notevole archivio, nell’anno 1800 la Scuola di Santa Maria dei Battuti di Mestre, erede e amministratrice della vasta proprietà immobiliare del locale Pio Ospitale dava incarico all’archivista Alessandro Zanchi, come persona proba e capace, “di poner in un regolato sistema il detto archivio, con facoltà ad esso Gastaldo di poter affidare alla persona da lui scielta Carte fuori del detto Archivio con quelle cautelle, e precauzioni però, ch’esigesse tale geloso argomento”.

 

Il lavoro dello Zanchi si realizzò nella elaborazione di un ponderoso “Catasto” dove trovarono elencazione e illustrazione gli atti posti in essere dalla Scuola dal 1313 al 1793 e che determinarono il consolidarsi di una vasta proprietà immobiliare e il sorgere di diritti e di obbligazioni a valere nei confronti della Scuola stessa e nei confronti di terzi e tutto questo desunto in buona parte anche dalla interpretazione di antiche pergamene gelosamente conservate.
Nei tempi che seguirono l’archivio ebbe a risentire della incuria e avidità degli uomini: molte cose sono state sottratte, altre risultano danneggiate per inidonea ubicazione dei contenitori. Grave perdita quella dei disegni del diciassettesimo secolo relativi alle singole proprietà.

Fortunatamente salvato e ancora oggi conservato quello di cui è fatta allegata riproduzione che permette la ricostruzione delle operazioni che hanno portato alla individuazione del territorio venuto in proprietà dell’antico Ospitale e che ne ha permesso uno sviluppo in altri tempi impensabile.

In data 3 aprile 1394 il Pio Ospitale di S. Maria dei Battuti di Mestre acquistava da Nicolò Midessi con atto di Pietro Gualfini Cancelliere del Rappresentante di Mestre un appezzamento di terra di tre campi in territorio della Regola di Carpenedo i cui confini erano individuati a levante della strada che portava a Carpenedo, a mezzogiorno dal fossato della cinta muraria di Mestre e proprietà del Pio Ospitale, a ponente da terreni del Monastero di S.Salvador di Venezia, a nord da proprietà di Francesco Zilberti.

In data 8 novembre 1398 Zilberti con proprio testamento chiamava alla successione i fratelli Bortolamio e Francesca e alla morte di quest’ultima la proprietà passava al di lei marito Antonio Zanibello di Asolo.
Con atto di permuta 10 ottobre 1425 rogato dal notaio Francesco Crescinben il Pio Ospitale acquistava dallo Zanibello una pezza di terreno di tre campi e mezzo, di terra lavorata che confinava a levante con la strada che portava a Carpenedo, a mezzogiorno con proprietà della Scuola, a ponente con quelle del Monastero di S. Salvador. Le due citate operazioni sono sinteticamente individuate in catasto:
“Di campi 6 circa con fabbriche in Carpenedo dietro l’Ospital nostro per acquisto 1394. 3 ottobre e permuta 1425. 10 ottobre affittati a Cocogna per L. 74.8.”

Con queste operazioni l’Ospitale acquisiva la totale proprietà di un territorio che nel tratto di tempo che correva dall’atto di donazione di Mabilia del 4 Agosto 1314 alla permuta con Zanibello del 14 ottobre 1425, si era esteso dalla zona prossima alla cinta muraria di Mestre per addentrarsi profondamente nell’ambito della Regola di Carpenedo, in sostanza quasi quale si presenta alla fine di questo secolo. Si è diffusa la notizia secondo la quale in epoca romana proprio sui terreni in precedenza illustrati di proprietà del Pio Ospitale esistesse un edificio, non è dato di sapere se si trattasse di un tempio, di un anfiteatro o altro del quale attraverso i tempi sarebbero scomparse le tracce. Ora si tratta di vedere se i resti dell’ipotetico manufatto possano ancora esistere conservati nel sottosuolo oppure siano affiorati in momenti diversi attirando l’attenzione di persone interessate al caso. Trascurando la prima ipotesi in tutto il territorio mestrino c’è un solo caso riferito alla seconda ipotesi del quale parla Bonaventura Barcella nella sua “Storia del Castello di Mestre” dato alle stampe nel 1839, dove lo storico così si esprime: “Nel 1455 il Veneto Governo trovò di disporre degli avanzi dell’Antico Castello di Mestre concedendoli ai Canonici Regolari di S. Salvatore di Venezia. Da ciò si rileva che a quell’epoca esistevano ancora gli avanzi dello stesso, onde è che Francesco da Carrara nell’anno 1380 aveva ricercato dai Veneziani la cessione non solo del Castello nuovo di Mestre ma anche del vecchio come si è veduto sopra.”

Si ritiene che questo antico castello fosse rappresentato dai ruderi di un caposaldo di età romana già sorgente sul terreno occupato oggi dagli edifici dell’Ospedale Umberto I. Di elementi analoghi attribuibili a quella remota età, almeno per quanto è dato sapere, non risulta pervenuta segnalazione da parte di altri storici che si siano interessati delle cose di Mestre. Lo stesso Scipione Fapanni instancabile ricercatore, erudito di grande valore nel volume ventiquattresimo facente parte della serie “Le Congragazioni di Treviso e Ceneda”, precisa: “Remota è la istituzione di una casa, ove i poveri di questo antico Castello trovassero tetto e soccorso. La si vuole anteriore agli assalti dello Scaligero, ed alla distribuzione dei borghi, onde rendere ai Viniziani più difficile la conquista. Si ha infatti che certa Mobili, figlia di Orgelerio di Mestre, abbia donato nell’anno 1314 un pezzo di terra fuori di Porta Belfredo, per erigervi sopra un opportuno fabbricato a tale scopo. Ora questa casa possiede un patrimonio di L. 280,447 costituito per la massima parte in beni fondi e stabili…”

Con queste operazioni l’Ospitale acquisiva la totale proprietà di un territorio che nel tratto di tempo che correva dall’atto di donazione di Mabilia del 4 Agosto 1314 alla permuta con Zanibello del 14 ottobre 1425, si era esteso dalla zona prossima alla cinta muraria di Mestre per addentrarsi profondamente nell’ambito della Regola di Carpenedo, in sostanza quasi quale si presenta alla fine di questo secolo. Si è diffusa la notizia secondo la quale in epoca romana proprio sui terreni in precedenza illustrati di proprietà del Pio Ospitale esistesse un edificio, non è dato di sapere se si trattasse di un tempio, di un anfiteatro o altro del quale attraverso i tempi sarebbero scomparse le tracce. Ora si tratta di vedere se i resti dell’ipotetico manufatto possano ancora esistere conservati nel sottosuolo oppure siano affiorati in momenti diversi attirando l’attenzione di persone interessate al caso. Trascurando la prima ipotesi in tutto il territorio mestrino c’è un solo caso riferito alla seconda ipotesi del quale parla Bonaventura Barcella nella sua “Storia del Castello di Mestre” dato alle stampe nel 1839, dove lo storico così si esprime: “Nel 1455 il Veneto Governo trovò di disporre degli avanzi dell’Antico Castello di Mestre concedendoli ai Canonici Regolari di S. Salvatore di Venezia. Da ciò si rileva che a quell’epoca esistevano ancora gli avanzi dello stesso, onde è che Francesco da Carrara nell’anno 1380 aveva ricercato dai Veneziani la cessione non solo del Castello nuovo di Mestre ma anche del vecchio come si è veduto sopra.”

Si ritiene che questo antico castello fosse rappresentato dai ruderi di un caposaldo di età romana già sorgente sul terreno occupato oggi dagli edifici dell’Ospedale Umberto I. Di elementi analoghi attribuibili a quella remota età, almeno per quanto è dato sapere, non risulta pervenuta segnalazione da parte di altri storici che si siano interessati delle cose di Mestre. Lo stesso Scipione Fapanni instancabile ricercatore, erudito di grande valore nel volume ventiquattresimo facente parte della serie “Le Congragazioni di Treviso e Ceneda”, precisa: “Remota è la istituzione di una casa, ove i poveri di questo antico Castello trovassero tetto e soccorso. La si vuole anteriore agli assalti dello Scaligero, ed alla distribuzione dei borghi, onde rendere ai Viniziani più difficile la conquista. Si ha infatti che certa Mobili, figlia di Orgelerio di Mestre, abbia donato nell’anno 1314 un pezzo di terra fuori di Porta Belfredo, per erigervi sopra un opportuno fabbricato a tale scopo. Ora questa casa possiede un patrimonio di L. 280,447 costituito per la massima parte in beni fondi e stabili…”

Se ci fosse stato qualcosa di notevole sul terreno questo non avrebbe potuto sfuggire all’occhio attento di un ricercatore di cose del passato come Fapanni. Volendo definire topograficamente la collocazione del territorio di proprietà della Scuola due sono gli elementi che meritano maggior considerazione tra gli altri e in particolare la cinta delle mura di Mestre, meglio citata come Castello di Mestre, e la strada del Porto di Cavergnago. Quest’utlima era chiamata anche “Strada regia” per la sua importanza dal momento che su di essa si svolgeva tutto il flusso commerciale che da Treviso lungo il Terraglio portava a Venezia quanto necessario alla su attività e sopravvivenza. Proprio intorno al 1000 all’altezza di Mestre i Trevigiani costruirono un caposaldo militare per la difesa e sicurezza di quella importante arteria stradale. La presenza delle mura e dei loro fossati separati questi dai terreni della Scuola solo dalla “Strada comune che conduce a Carpeneo” condizionava in modo determinante lo stato e conseguente sviluppo delle terre affacciate sulla strada stessa. Nei tempi che precedettero il 1000, Mestre e in particolare la zona dove si incontravano le due strade sopra citate si trovarono coinvolte negli scontri che videro i Goti sostituirsi ai barbari e a quelli i Longobardi, ai Longobardi i Franchi, a questi gli Imperatori di Germania mentre intanto andava facendosi sempre più violenta l’azione di Venezia in terraferma. Nel corso del XII secolo fu un susseguirsi di scontri armati che coinvolsero il paese di Mestre e furono visti nel 1245 la cinta delle mura cadere sotto l’urto delle soldatesche del feroce Ezzelino da Romano, nel seguente 1318, frattanto sottomessa a Treviso, Mestre saccheggiata e occupata da Can Grande della Scala e il dominio scaligero durare fino al 1339 quando Mestre e Treviso, in seguito alla vittoria dei Veneziani alleati al Visconti, passarono sotto la dominazione della Repubblica Serenissima.

Nel 1373 Francesco da Carrara signore di Padova unito agli Ungheresi avviò una lunga guerra contro i Veneziani che durò fino al 1405 e che vide Mestre sempre coinvolta. Per punti salienti sono stati indicati i momenti di massima acutizzazione dei conflitti ma sarebbe lunga da enumerare la infinita serie degli scontri minori ingaggiati fra schiere delle opposte parti in lotta finché si arrivò al 1508 quando ebbe inizio la Guerra della Lega di Cambrai che si concluse nel 1529 e nel corso della quale Mestre ebbe a subire distruzioni alla cose e violenze alle persone di tale entità quale mai prima il paese aveva sopportato. Quella pace duratura che permette in territori prescelti l’affermarsi di insediamenti umani per dar vita alle più diverse specie di attività economiche e sociali, non si è mai imposta dove il Pio Ospitale aveva le sue proprietà che venivano trovarsi proprio dove più frequenti si avevano gli scontri armati fra i poteri che reggevano le sorti di Padova, Treviso e Venezia. Non è perciò ipotizzabile si potessero veder sorgere in quei luoghi impegnative strutture edilizie la cui importanza potesse eccedere quanto nel catasto dello Zanchi è indicato genericamente con il termine “fabbriche” inesistenti su “pezze di terra” lavorata, affittata, livellata. Si trattava di costruzioni poste a servizio di attività agricole di limitata dimensione e tra queste ultime anche gli spazi messi a coltura per quanto potesse necessitare alla gestione del pio Ospitale.

Anche la donazione di Mabilia del 1314 si concretizzava solamente in “un sedime di terra vacua in Mestre” fino a quella data tenuto a livello da Guido del fu Giovanni Sartor per dodici denari veneti, ciò per edificare sopra di esso sedime un ospitale come conferma l’atto rogato in quell’anno da Benvenuto Forzatè notaio in Mestre. La terra, seppur fronteggiante una strada di grande traffico quale poteva essere quella definita “strada reggia” o anche “strada pubblica che va al Terraglio” non aveva potuto trarre vantaggio dal grande movimento di mezzi e di persone ma solo la pietà poteva offrisri a far sorgere in quel luogo dimenticato ciò che un giorno sarebbe divenuto il più grande ente di assistenza del Veneto.
“Anno domini 1314 … Domina Mabilia filia et heres domini Hengellery de Mestre … Dei amore, et intuitu pietatis a remissione suorum peccatorum … dedit, cessit, tradidit et mandavit Iacobo Tabernario de Mestre Gastaldioni Scholae et congregationis beatae et gloriosae Virginis Mariae Verberatorum de Mestre … prietatem unius sediminis … iacentis et siti in Terra de Mestre eundo versus Tarvisium … Et hoc causa faciendi et aedificandi super ipso sedimine unum hospitalem ad sustinendum egenos pauperus Christi”.
Il succedersi dei secoli ha spazzato via le “fabbriche” sostituite da complessi edilizi di impensate dimensioni ma già nel 1349, centosessantacinque anni dopo la donazioni di Mabilia il Catasto riferiva: “Una pezza di terra sopra la quale vi è fabbricato l’Ospital seu Albergo della B.V. di Mestre con sue case, dormitori, corte, pozzo, orto, e brollo: la qual pezza di terra sebbene al presente si veda unita, nullostante in tempi diversi, e in diverse pezze pervenne in esso Ospitale prima per donazione di Mabilia, e per permuta 1352 con il Monastero S. Salvador, alla quale pezza di terra di Mestre mediante strada pubblica che va a Carpeneo, a mezzo di strada pubblica che va al terraglio … e parte ragiuoni di detto Ospital ove sono edificate tre Case che pagano livello alla medesima Scuola certa quantità di dinari, a monte poi ragioni di detta Scuola, come erede Luca di Parlan quali devono pervenir in Scuola nostra dopo la morte di detto Luca.”